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Giuseppe Castelnovi compie ottant'anni

giuseppe-castelnoviGiuseppe Castelnovi compie oggi, 4 luglio 2012, ottant'anni. Nato a Rossiglione, ha iniziato la carriera giornalistica a Genova, per diventare una punta di diamante tra i giornalisti della Gazzetta dello Sport. Autore di numerosi libri che parlano di ciclismo, è il curatore del Calendario di Fausto Coppi. Per noi dell'U.S. Pontedecimo Ciclismo ha scritto la presentazione del libro "Unione Sportiva Pontedecimo 100 anni 1907 2007", presentazione pubblicata in quarta di copertina. Per esigenze tipografiche il testo di questa presentazione è stato accorciato rispetto all'originale: nell'occasione dell'ottantesimo compleanno dell'autore pubblichiamo il testo integrale, una raffinatissima pagina di struggente passione per il ciclismo, consapevoli che stiamo facendoci un regalo a noi stessi piuttosto che a Castelnovi, al quale, oltre gli auguri, va un grazie per quanto ci è sempre stato vicino.

 

RICORDARE E’ VIVERE

 

   “Se ricordare è vivere, noi vivremo ricordando”. Così soleva esordire l’amico Bruno Raschi, quando si trovava davanti a una platea di appassionati, parlando del ciclismo di ieri e di oggi. E quando si ricordano i cento anni, come questi dell’US Pontedecimo, sembra non esserci limite alla vita. E’ un traguardo, importantissimo, ricco di storie e di personaggi che scorrono nel libro come la carovana di una corsa che passa e va, ma rimane nella memoria di chi vi assiste e di chi pedala. E’ come un traguardo volante: il gruppo fa la volata ma non si arresta. La corsa continua. Così continua anche la storia, ormai ultracentenaria, della società granata. 

   Se ricordare è vivere… Raschi sapeva vivere ricordando, soprattutto sapeva raccontare, come quando lo convinsi a intrattenere i soci genovesi del Panathlon di Ponente a Sampierdarena, sul tema “Quando il ciclismo è poesia”. Erano ancora vivi Luigin Ghiglione e Costante Girardengo. Il ricordo della loro presenza mi è tornata alla mente quando, sfogliando le bozze di questo volume, ho rivisto il ragazzino di 11 anni folgorato dalla visione del primo campionissimo del nostro ciclismo: erano lì, sul palcoscenico, uno nella veste di ideatore della serata, l’altro nella veste di illustre ospite. L’ex ragazzino e l’ex campionissimo, alla fine, avevano gli occhi lucidi. Come li avevano i duecento presenti in platea. Come li avevo io. Incantati tutti dalle favole di Raschi.

   Se ricordare è vivere… Questo libro non è una successione di pagine. E’ un susseguirsi di ricordi. Come quello – poco noto ai profani e alle nuove generazioni – del giovane Coppi, alle prime armi nel 1938, il quale ha il primo incontro con Ghiglione e, prima della partenza, fa fuori un panino e delle mele accovacciato sullo scalino di un negozio. La rilettura dell’episodio mi ha portato al Coppi del ’55, quasi trentaseienne, avviato verso un incerto viale del tramonto, protagonista al di là di ogni previsione, della sua ultima impresa in una classica in linea. Aveva vinto, come quasi sempre, per distacco, aveva risposto con il suo mezzo sorriso all’applauso della folla di piazza Arimondi, aveva risposto al microfono di Mario Ferretti (sarebbe stata la sua ultima radiocronaca). Poi si era seduto su degli scalini – come diciassette anni prima al via del suo primo “Appennino” – e, rivolto a noi giornalisti, disse soltanto: “Ragazzi, che fatica”.

   Se ricordare è vivere… Continuo a sfogliare le pagine e affiorano i ricordi. Una mattina seguii Gimondi che era venuto a scoprire la Bocchetta: “E’ una salita che ricorda quelle dei Pirenei”. Nel giorno dell’”Appennino”, Gimondi non fece una gran figura, ma vinse pochi anni dopo. A quel tempo, la corsa era stata ribattezzata Giro dell’Appennino, cancellando l’arcaica diminutiva denominazione di Circuito dell’Appennino. Ma per gli sportivi di vecchia data la corsa di Pontedecimo era ancora il “circuito”. Così, a distanza di anni, ricordando il suo giorno felice, Gimondi mi ha raccontato che, reduce dal successo di Pontedecimo, si era incontrato con un suo ex massaggiatore, il quale dandogli una pacca sulla spalla gli disse in dialetto: “Bravo, che hai saputo vincere anche  il Circuito dell’Appennino”. Risposta secca di Gimondi: “Macché circuito del …!  [censura, anche se ormai le parolacce entrano spudoratamente nei salotti televisivi ed escono altrettanto sfacciatamente nelle pagine di quotidiani paludati e di periodici inondati di gossip],  quella è stata una fior di corsa! Altro che circuito”.

   Se ricordare è vivere… Appennino vuol dire Bocchetta, Bocchetta vuol dire Appennino. Un giorno (lontano, ormai) chiesi a Vincenzo Torriani perché mai non inserisse nel Giro d’Italia la salita che Ghiglione mi aveva spiegato perché l’avessero battezzata “delle streghe” e che un altro amico, Rebora, mi aveva detto che mozzava il fiato riempiendo i polpacci di piombo. Il patron del Giro sorrise, staccò la sigaretta dalle labbra e dopo un attimo, lapidario, rispose: “La Bocchetta è di Ghiglione, è dell’Appennino”. Come Gimondi, anch’egli aveva promosso a pieni voti, pur in maniera trasversale, la corsa di Pontedecimo.

   Se ricordare è vivere… Non intendo scomodare lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano: lui è convinto che ricordare voglia dire ripassare dalle parti del cuore. Come penso abbia fatto l’autore del libro. Ho cercato di farlo anch’io, nel mio piccolo. E spero di avervi allungato la vita. Anche a me.

 

Giuseppe Castelnovi